Eh no, nel futuro di questa rubrica non continueremo a scrivere ciò che da stasera e per tutta la settimana sarà ripetuto a mò di filastrocca. Non continueremo a parlare di quel che non va e che non andava nemmeno quando in molti iniziavano già a fischiettare l'inno della Champions, mentre noi prendevamo nota dei lati negativi della faccenda. Oppure quando tutti se la prendevano - non senza ragioni - esclusivamente con gli abbagli e le coscienze arbitrarli, mentre noi sottolineavamo la necessità di un attaccante degno di questo termine. Non punteremo il dito sui mancati - ed oggi più che mai rimpianti - rinforzi di gennaio e della scelta, tutta societaria, di non intervenire sul mercato con la furbesca illusione di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo economico. Per quanto possano essere nascoste le pecche, infatti, la natura non ci mette molto a scovarle: nel calcio la legge del risultato è tanto impietosa quanto evidente agli occhi di tutti e l'organico attuale, nonostante le motivazioni e le toppe di Mazzarri, non poteva reggere l'impatto della seconda metà del torneo. Non ci interessano, a questo punto, la facile polemica su ciò che non è stato fatto e la ricerca di capri espiatori: la situazione è diventata delicata ma non del tutto disperata, nonostante in classifica la zona utile sia in sovraffollamento e nessuno sembra voler rinunciare al colpo grosso. In 10 giorni - Fiorentina, Milan e Juve - gli azzurri si giocheranno le ultime carte disponibili per restare i corsa. A patto che gli appuntamenti contro le grandi non siano solo slanci emotivi, utili soltanto a riempire stadio, botteghini e casse societarie. A nessuno infatti interessa riverdere il remake dello disastroso girone di ritorno dello scorso anno, dunque, niente facili illusioni ma nemmeno condanne definitive. L'ultima parola la lasciamo al campo, come sempre.